Capitolo 05 - Jan Hus e Gerolamo da Praga - Parte 02

Gli stessi nemici furono colpiti dal suo eroico comportamento. Un sostenitore del papa, descrivendo il martirio di Hus e di Gerolamo, che morì poco dopo, dichiarò: “Quando si avvicinò la loro ultima ora entrambi si comportarono con fermezza. Essi si prepararono per il fuoco come se fossero dovuti andare a un banchetto di nozze. Non emisero un lamento. Quando le fiamme salirono, essi si misero a cantare degli inni e la veemenza del fuoco a stento riuscì a sopraffare quel canto e a farlo tacere”. Dopo che il corpo di Hus fu totalmente consumato, le sue ceneri, con la terra sulla quale posavano, furono raccolte e gettate nel Reno che, a sua volta, le trasportò nel mare. I persecutori si illudevano di aver così sradicato la verità da lui predicata, mentre non sapevano che quelle ceneri sarebbero state un seme sparso nel mondo che, in regioni fino ad allora sconosciute, avrebbe portato frutti abbondanti in testimonianza della verità. La voce che aveva parlato al concilio di Costanza aveva risvegliato echi che si sarebbero fatti udire anche nei secoli successivi. Hus era morto, ma le verità per le quali egli aveva dato la vita non potevano morire. Il suo esempio di fede e la costanza che aveva dimostrato sarebbero stati fonte d’incoraggiamento per molti, per aiutarli a rimanere saldi anche davanti alla tortura e alla morte. La sua esecuzione aveva mostrato al mondo intero la perfida crudeltà di Roma. I nemici della verità, anche se non se ne erano resi conto, avevano rafforzato la causa che desideravano distruggere.
Intanto un altro rogo stava per accendersi a Costanza. Il sangue di un altro testimone doveva onorare la verità. Gerolamo, nel salutare Hus alla sua partenza per il concilio, lo aveva esortato a essere forte e coraggioso, dichiarando che qualora gli fosse capitato qualche contrattempo egli non avrebbe esitato a correre in suo aiuto. Venuto a sapere della carcerazione dell’amico, il fedele discepolo si preparò immediatamente a mantenere la promessa fatta.
Senza salvacondotto, partì per Costanza, accompagnato solo da un amico.
Giunto sul posto, si rese conto di essersi esposto a un serio pericolo, senza alcuna possibilità di poter liberare Hus. Egli, allora, lasciò la città, ma venne arrestato lungo la via del ritorno e ricondotto a Costanza incatenato, sotto la sorveglianza di un drappello di soldati. Quando egli apparve davanti al concilio, i suoi tentativi di rispondere alle accuse che gli venivano mosse furono soffocati dal grido: “Alle fiamme con lui! Alle fiamme!”19 Chiuso in carcere, fu incatenato in una posizione che gli causava acute sofferenze e nutrito con pane e acqua. Dopo alcuni mesi, la durezza di questo trattamento gli provocò una grave malattia. I suoi nemici, allora, per paura che potesse fuggire, lo trattarono con meno rigore, pur tenendolo ancora in carcere per un anno.
La morte di Hus non aveva prodotto gli effetti desiderati dai sostenitori del papa. La violazione del salvacondotto aveva provocato un’ondata di indignazione e il concilio, per ovviare alle difficoltà che potevano sorgere, anziché condannare Gerolamo al rogo, decise di costringerlo, se possibile, ad abiurare. Egli fu condotto davanti all’assemblea e invitato a scegliere fra l’abiura e il rogo. All’inizio della prigionia, la morte sarebbe stata per lui una liberazione in confronto alle orribili sofferenze che fu costretto ad affrontare; indebolito invece, dalla malattia, dalla durezza del carcere e dalla tortura morale dovuta alla forte tensione nervosa, separato dagli amici, addolorato per la morte di Hus, non ebbe la forza di resistere e accondiscese a sottomettersi alla volontà del concilio. Gerolamo affermò di accettare la fede cattolica e di ripudiare le dottrine di Wycliffe e di Hus, a eccezione delle “sante verità” da essi insegnate. Con questo espediente, Gerolamo cercava di far tacere la voce della propria coscienza e di sottrarsi alla sorte che lo minacciava. Però, nella solitudine del carcere, egli si rese chiaramente conto di ciò che aveva fatto. Pensò al coraggio e alla fedeltà di Hus e vide tutta la bassezza della sua scelta di abiurare. Pensò al Maestro che aveva giurato di servire e che per amor suo aveva sofferto la morte della croce. Prima dell’abiura egli aveva trovato, in mezzo alle sofferenze, conforto nella certezza del favore divino; ora, il rimorso lo torturava. Sapeva che gli sarebbero state chieste altre ritrattazioni prima di poter essere in pace con Roma e capiva che la via nella quale si era incamminato poteva condurre solo all’apostasia totale. Allora decise che non avrebbe rinnegato il Signore per sottrarsi a un breve periodo di sofferenza.
Non passò molto tempo che Gerolamo fu nuovamente chiamato a presentarsi davanti al concilio. La sua sottomissione non aveva soddisfatto i giudici.
La loro sete di sangue, alimentata dalla morte di Hus, chiedeva nuove vittime. Egli avrebbe potuto salvare la propria vita a prezzo di un totale rinnegamento della verità, ma aveva deciso di confessare la sua fede e di seguire nelle fiamme il fratello martire.
Gerolamo ritirò la sua precedente abiura e, come condannato a morte, chiese di potersi difendere. Temendo gli effetti delle sue parole, i prelati volevano che egli si limitasse ad affermare o a rinnegare la verità delle accuse che gli erano state mosse. Gerolamo protestò contro tali crudeltà e ingiustizie. “Mi avete tenuto chiuso in un orribile carcere per trecentoquaranta giorni” disse “in mezzo alla sporcizia, all’umidità, al fetore, privo di tutto; poi mi avete chiamato e mentre accettate le accuse dei miei nemici, rifiutate di ascoltarmi… Se siete realmente uomini saggi e luci del mondo, non peccate contro la giustizia. Quanto a me, io sono solo un pover uomo, la mia vita ha ben poca importanza e se vi esorto a non pronunciare una sentenza ingiusta, parlo più per voi che per me”. Alla fine la richiesta venne accolta e in presenza dei suoi giudici Gerolamo si inginocchiò e pregò perché lo Spirito divino dirigesse i suoi pensieri e le sue parole, aiutandolo a non dire nulla contro la verità, nulla che non fosse degno del Maestro. Quel giorno si adempì per lui la promessa di Gesù ai primi discepoli: “…sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia…
Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell’ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”. Matteo 10:18-20.
Le parole di Gerolamo suscitarono stupore e ammirazione nei suoi stessi nemici. Per un anno intero egli era rimasto chiuso in carcere, nell’oscurità, senza poter leggere, in preda a grandi sofferenze fisiche e a profonde angosce. Eppure le sue argomentazioni erano esposte con tale chiarezza e potenza che si sarebbe detto avesse avuto la possibilità di studiare indisturbato. Egli ricordò ai presenti la lunga schiera di santi uomini che erano stati condannati da giudici ingiusti. Quasi in ogni generazione vi erano stati uomini che nonostante si fossero impegnati a illuminare i loro contemporanei, erano stati rimproverati e scacciati. Solo in un secondo tempo erano stati riconosciuti degni di rispetto e di onori. Cristo stesso fu condannato come malfattore da un tribunale ingiusto.
Precedentemente, in occasione dell’abiura, Gerolamo aveva riconosciuto la giustizia della sentenza di condanna di Hus. Ora, invece, si dichiarava pentito e testimoniava dell’innocenza e della santità del martire. “Lo conoscevo fin dalla sua infanzia” disse. “Era un uomo straordinario, giusto e santo. Fu condannato, nonostante la sua innocenza. Anch’io sono pronto a morire e non indietreggerò davanti ai tormenti che i miei nemici e i falsi testimoni preparano per me. Essi un giorno saranno chiamati a rendere conto delle loro false accuse davanti al grande Dio, che nessuno può ingannare”. Spinto dal rimorso di avere rinnegato la verità, Gerolamo proseguì: “Di tutti i peccati commessi fin dall’infanzia, nessuno mi deprime maggiormente e mi procura un così profondo rimorso di quello commesso in questo luogo, quando approvai l’iniqua sentenza contro Wycliffe e contro il santo martire Jan Hus, mio maestro e amico. Sì! Lo confesso con tutto il cuore e lo dichiaro con profondo orrore: ho sbagliato, ho vergognosamente sbagliato quando, per paura della morte, ho condannato le loro dottrine. Perciò ti supplico… Dio onnipotente, di perdonare i miei peccati e particolarmente questo, che è il più odioso di tutti!” Rivolgendosi poi ai giudici, egli disse con fermezza: “Voi condannaste Wycliffe e Jan Hus, non perché avevano messo in discussione la dottrina della chiesa, ma semplicemente perché avevano avuto il coraggio di protestare contro gli scandali del clero, contro il fasto, l’orgoglio e i vizi dei sacerdoti e dei prelati. Quello che essi affermarono, e che è irrefutabile, lo penso anch’io e lo confermo!” Le sue parole furono interrotte. I prelati frementi d’ira gridarono: “Che bisogno c’è di altre prove? Questo è il più ostinato degli eretici!” Senza lasciarsi spaventare da questa reazione, Gerolamo proseguì: “Che cosa?! Pensate forse che io abbia paura di morire? Mi avete tenuto per un anno in un carcere orribile, più orribile della morte stessa. Mi avete trattato più crudelmente di un turco, di un ebreo o di un pagano e la mia carne si è letteralmente imputridita sulle mie ossa. Eppure io non mi lamento, perché i lamenti fanno ammalare lo spirito e il cuore. Però io non posso fare a meno di esprimere il mio stupore davanti a tanta barbarie nei confronti di un cristiano”. Il tumulto esplose nuovamente e Gerolamo fu ricondotto in carcere. Vi erano, però, nell’assemblea, degli uomini sui quali le sue parole avevano prodotto una profonda impressione e che desideravano salvargli la vita. In prigione, Gerolamo ebbe la visita di alcuni dignitari della chiesa, che lo esortarono a sottomettersi al concilio e che gli fecero considerare i vantaggi e le brillanti prospettive che si sarebbero aperti davanti a lui come ricompensa per la sua rinuncia a opporsi a Roma. Egli, però, come il Maestro quando gli venne offerta la gloria del mondo, rimase saldo.
“Provatemi con le Sacre Scritture” egli disse “che sono nell’errore e abiurerò”.
“Le Sacre Scritture!” esclamò uno dei presenti. “Come è possibile giudicare in base alle Scritture? Chi può capirle, se la chiesa non le interpreta?” “Le tradizioni degli uomini” replicò Gerolamo “sono più degne di fede del Vangelo del nostro Salvatore? Paolo non esortava coloro ai quali scriveva a prestare ascolto alle tradizioni degli uomini, ma diceva di investigare le Scritture”.
“Eretico!” fu la risposta. “Mi pento di avere discusso così a lungo con te e mi rendo conto che sei guidato dal diavolo”. Dopo che la sentenza di condanna fu pronunciata, Gerolamo venne condotto sul luogo stesso dove Hus era stato giustiziato. Vi si recò cantando e con il volto illuminato dalla pace e dalla gioia. Il suo sguardo era fisso su Gesù e per lui la morte perdeva ogni orrore. Quando il carnefice, per accendere il rogo, si nascose alle sue spalle, il martire gli disse: “Accendi pure davanti a me. Se io avessi avuto paura di morire non sarei qui!” Le sue ultime parole, pronunciate mentre le fiamme divampavano, furono una preghiera: “Signore, Padre onnipotente” gridò “abbi pietà di me e perdona i miei peccati, perché tu sai che io ho sempre amato la tua verità”. La sua voce venne meno, ma le sue labbra continuarono a muoversi in preghiera. Quando il fuoco ebbe compiuta la sua opera le ceneri del martire, con la terra sulla quale giacevano, furono raccolte e, come quelle di Hus, gettate nel Reno.
Così morirono i fedeli testimoni di Dio. Ma la luce della verità da essi proclamata, il loro eroico esempio, non potevano spegnersi. Come gli uomini non possono impedire al sole di proseguire il suo corso e di risplendere sul mondo, così essi non sarebbero riusciti a impedire il sorgere di un nuovo giorno che stava per nascere.
L’esecuzione di Hus aveva acceso in Boemia una reazione di indignazione e di orrore. Tutta la nazione sentiva di essere stata vittima dell’astuzia dei sacerdoti e del tradimento dell’imperatore e Hus venne riconosciuto come un fedele predicatore della verità. Il concilio che aveva decretato la sua morte venne accusato di aver emanato una sentenza ingiusta e le dottrine del riformatore finirono per suscitare un’attenzione senza precedenti. Gli scritti di Wycliffe, per decreto papale, erano stati condannati alla distruzione con il fuoco, ma una parte di essi fu nascosta e sottratta alla distruzione. Ripresero quindi a circolare e diventarono oggetto di studio, confrontati con la Bibbia o parti di essa. Così molta gente aderì alla fede riformata.
I nemici di Hus non rimasero a contemplare il suo trionfo: il papa e l’imperatore si unirono per schiacciare il movimento e gli eserciti di Sigismondo invasero la Boemia.
Ma sorse un liberatore, Ziska, condottiero dei boemi, che poco dopo l’inizio delle ostilità diventò totalmente cieco; fu uno dei più abili generali della storia. Confidando nell’aiuto di Dio e nella giustizia della sua causa, quel popolo resistette agli eserciti più agguerriti. Ripetutamente l’imperatore reclutò nuove leve e invase la Boemia: ogni volta, però, veniva respinto. Gli hussiti non temevano la morte e così nessuno poteva sconfiggerli. Alcuni anni dopo, il bravo Ziska morì, ma il suo posto fu preso da Procopio, un generale altrettanto valoroso e abile e, sotto certi aspetti, migliore del predecessore.
I nemici dei boemi, sapendo che il guerriero cieco era morto, ritennero fosse giunto il momento di riconquistare ciò che avevano perso.
Il papa proclamò una crociata contro gli hussiti e un forte esercito invase la Boemia, ma riportò una terribile sconfitta. Fu organizzata un’altra crociata e in tutti i paesi d’Europa si raccolsero uomini, denaro e munizioni per la guerra. Innumerevoli schiere di soldati si arruolarono sotto la bandiera del papa, nella certezza che alla fine gli eretici hussiti sarebbero stati sterminati.
Certo della vittoria l’esercito penetrò in Boemia. Il popolo si riunì per respingerlo. I due eserciti opposti si avvicinarono l’uno all’altro fino a quando solo un fiume li separava. “I crociati erano numericamente superiori, ma anziché attraversare il corso d’acqua e combattere contro le forze hussite, rimasero fermi a osservare quei guerrieri”. 26 Improvvisamente un misterioso terrore si impossessò di loro e senza colpo ferire, quel forte esercito si disperse e si dissolse come annientato da una potenza invisibile. L’esercito hussita, lanciatosi all’inseguimento del nemico in fuga, raccolse un immenso bottino di guerra. Così quella crociata, anziché impoverire la Boemia, l’arricchì.
Alcuni anni dopo, con un nuovo papa, si organizzò un’altra crociata.
Come prima, uomini e mezzi furono raccolti in tutta Europa. Notevoli vantaggi venivano offerti a chi si fosse unito a questa impresa. A ogni crociato venne garantito il perdono assoluto dei più odiosi crimini commessi. Tutti i morti in battaglia avrebbero ricevuto una ricca ricompensa celeste. Quelli che, invece, fossero sopravvissuti, avrebbero ricevuto onori e ricchezze sul campo di battaglia. Fu organizzato un forte esercito che attraversò la frontiera e invase la Boemia. Le forze hussite ripiegarono attirando gli invasori sempre più lontano dalle loro basi di partenza e sempre più verso il centro del paese. Questa ritirata strategica degli hussiti fece credere ai crociati di aver vinto. Ma non era così: gli eserciti di Procopio si fermarono e affrontarono gli invasori. I crociati, accortisi troppo tardi dell’errore commesso, ne commisero un altro: rimasero nei loro accampamenti in attesa degli sviluppi della situazione. Quando udirono il rumore delle forze nemiche che si avvicinavano, ancor prima che gli hussiti fossero in vista, furono colti dal panico. Principi, generali, semplici soldati gettarono le armi e fuggirono in ogni direzione. Invano il legato pontificio cercò di riunire quelle forze terrorizzate e disorganizzate: egli stesso fu trascinato via dall’onda dei fuggitivi. La disfatta fu totale e di nuovo un grande bottino cadde nelle mani dei vincitori.
Anche questa volta un potente esercito nemico, inviato dalle più forti nazioni europee e formato da uomini agguerriti, valorosi, ben addestrati e ben equipaggiati, era fuggito, senza difendersi, davanti ai difensori di una piccola e debole nazione. Gli invasori erano stati colpiti da un terrore soprannaturale: colui che aveva disperso le schiere di faraone al mar Rosso, che aveva messo in fuga gli eserciti di Madian davanti a Gedeone e ai suoi trecento uomini, che in una sola notte aveva sconfitto le forze dell’orgogliosa Assiria, era intervenuto ancora una volta per annientare gli eserciti dell’oppressore.
“Ecco là, son presi da grande spavento, ove prima non c’era spavento; poiché Dio ha disperse le ossa di quelli che ti assediavano; tu li hai coperti di confusione, perché Iddio li disdegna”. Salmi 53:5.
I capi della chiesa di Roma, convinti di non poter vincere con la forza, ricorsero alla diplomazia. Si giunse a un compromesso che, mentre ufficialmente accordava ai boemi la libertà di coscienza, in realtà li assoggettava al potere di Roma. I boemi avevano precisato quattro condizioni per il trattato di pace con Roma: libera predicazione della Bibbia; diritto dell’intera chiesa a partecipare, nella comunione, al pane e al vino e uso della lingua materna per il culto; esclusione del clero da ogni ufficio o posizione di carattere secolare; in caso di crimini, sia per i laici sia per gli ecclesiastici, valeva la giurisdizione dei tribunali civili. Le autorità della chiesa di Roma accettarono “i quattro articoli degli hussiti, riservandosi però il diritto che essi venissero spiegati, cioè che ne fosse determinata la portata dal concilio. In altri termini, tale facoltà era concessa al papa e all’imperatore”. Su questa base l’accordo fu raggiunto e Roma, con la dissimulazione e la frode, ottenne quel successo che non era riuscita a conseguire con la guerra. Infatti, aggiungendo la propria interpretazione agli articoli proposti dagli hussiti, come anche alla Bibbia, poteva modificare il significato e utilizzarli per i suoi scopi.
In Boemia molti non sottoscrissero il trattato, visto che esso tradiva la loro libertà. Ne seguirono dissensi, divisioni e spargimento di sangue. In questa lotta perse la vita il coraggioso Procopio e con lui praticamente ebbe fine la libertà boema.
Sigismondo, il traditore di Hus e di Gerolamo, divenne re di Boemia e, dimenticando il giuramento fatto per sostenere i diritti dei boemi, aprì le porte al papato. Però egli aveva tratto ben poco profitto dal suo servilismo per Roma. Infatti, per circa vent’anni la sua esistenza era stata piena di difficoltà e di pericoli, i suoi eserciti erano stati sistematicamente sconfitti e le finanze esaurite da una guerra lunga e inutile. Dopo un anno di regno egli morì, lasciando la sua nazione in una situazione vicina alla guerra civile e tramandando ai posteri un nome macchiato dall’infamia.
Tumulti, risse e spargimenti di sangue continuarono. Il paese venne nuovamente invaso dagli eserciti stranieri, mentre i dissidi interni straziavano la nazione. Quanti rimasero fedeli al messaggio del Vangelo furono oggetto di sanguinose persecuzioni.
Gli aderenti all’antica fede fondarono una chiesa che prese il nome di “Fratelli uniti”. Esposti agli anatemi di tutti rimasero fedeli alle loro convinzioni. Sebbene costretti a rifugiarsi nei boschi e nelle caverne, essi continuarono a riunirsi per leggere la Parola di Dio e per celebrare il loro culto.
Mediante messaggeri inviati segretamente in vari paesi, essi appresero che qua e là vi erano “altri testimoni della verità, alcuni in una città, altri in un’altra e, come loro, oggetto di persecuzioni. In mezzo alle montagne delle Alpi esisteva un’antica chiesa rimasta fedele ai princìpi della Sacra Scrittura e che protestava contro l’idolatrica corruzione di Roma”. Questa notizia fu accolta con immensa gioia ed essi stabilirono dei contatti con i cristiani valdesi.
Fedeli al Vangelo, i boemi aspettarono, nella buia notte della persecuzione, nell’ora più oscura, volgendo lo sguardo verso l’orizzonte, il sorgere del mattino. “Erano giorni tristi, ma… essi ricordavano le parole di Hus e di Gerolamo secondo cui sarebbe passato un secolo prima che potesse spuntare il giorno fatidico. Per i taboriti (hussiti) esse furono come le parole di Giuseppe alle tribù d’Israele: ‘Io muoio, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà uscire’”. “Il periodo finale del XV secolo vide il lento ma sicuro progresso delle chiese dei fratelli, che anche se non esenti da persecuzioni poterono godere di una relativa tregua. All’inizio del XVI secolo, in Boemia e in Moravia, se ne contavano duecento”. “Risultò così abbastanza numeroso il rimanente che, sfuggendo alla furia devastatrice del fuoco e della spada, salutò l’alba del giorno preannunciato da Hus”.